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COMUNICATO STAMPA Contact: |
DOCUMENTO REALIZZATO
IN VISTA
DEL WTO A CANCUN
DIMOSTRA CHE IL
PROTEZIONISMO EUROPEO UCCIDE
UN UOMO OGNI 13 SECONDI
BRUXELLES, 04 SETTEMBRE 2003 — Un nuovo rapporto, EU Trade Barriers Kill, pubblicato oggi dal Centre for the New Europe, il maggiore think-tank liberale europeo con sede a Bruxelles, in vista della riunione della WTO a Cancun, analizza l'impatto sui Paesi in via di sviluppo delle limitazioni e barriere che l'Unione Europea pone agli scambi.
Allegato a questa e-mail, potete trovare copia (in versione PDF), dell'intero rapporto, firmato da Stephen Pollard, Alberto Mingardi, Sean Gabb, e Cecile Philippe.
LE SCOPERTE DI MAGGIORE IMPORTANZA SONO
DAL RAPPORTO
La barriere commerciali imposte dall'Unione Europea sono di più che una mera questione tecnica. L'impossibilità di accedere al mercato europeo - di gran lunga il più ricco nel mondo - ritarda lo sviluppo nei Paesi più poveri, condanna milioni di persone alla povertà e ne uccide molte altre. Questo documento quantifica, per la prima volta, il costo in vite umane che l'Africa paga per il protezionismo europeo.
E' ampiamente riconosciuto il fatto che è stato il commercio a consentire alle "tigri asiatiche" - Giappone, Hong Kong, Corea del Sud... - di svilupparsi come economie manifatturiere. Aprire le loro economie al resto del mondo ha permesso loro di attrarre investimenti in capitale (anche umano) che le hanno avvantaggiate nella fabbricazione di un sempre più vasto numero di prodotti.
Potrebbe accadere le stesso ai Paesi più poveri del mondo oggi. Per il fatto, ad esempio, che essi tendono ad essere avvantaggiati nella produzione agricola o tessile.
Tuttavia, per la maggior parte di essi, quest'opzione non è a portata di mano. Le quattro maggiori nazioni o blocchi commerciali - l'Unione Europea, gli Stati Uniti, il Giappone ed il Canada - sono responsabili del il 75% della produzione mondiale. Essi sono la più ovvia destinazione per le esportazioni dai Paesi più poveri. Tuttavia questi Paesi, pur continuando a invocare la liberalizzazione degli scambi internazionali, sono spietati nel tenere i loro mercati interni chiusi alle esportazioni agricole e tessili dai Paesi più poveri.
Il peggiore dei ricchi protezionisti è, tuttavia, - e di gran lunga - l'Unione Europea.
L'Unione Europea adotta due tipologie di politiche protezioniste che sono praticamente volte a indebolire le possibilità di scambio di quelli che fra i Paesi più poveri hanno un vantaggio comparato nella produzione tessile e di generi alimentari.
La prima tipologia consiste nelle restrizioni al commercio. Nonostante l'Unione Europea abbia una bassa tariffa industriale del cinque per cento, le sue tariffe agricole sono ben più alte. Esse sono in media del 20 per cento, ma sfiorano il 250 per cento su certi prodotti. Ad esempio, la tariffa sui polli boliviani è del 46 per cento, e sull'aranciata boliviana del 34 per cento. Per quanto attiene il settore tessile, vi sono quote d'importazione ristrette. Esse sono state ridotte o rimosse nel caso di prodotti tutto sommato poco importanti come paracadute od ombrelli. Ma il mercato europeo non è affatto aperto alla maggioranza dei prodotti tessili a basso costo provenienti dal Terzo mondo.
Oltre alle barriere al libero scambio, vi sono le complesse regolamentazioni sull'origine da applicarsi alle importazioni dai Paesi in via di sviluppo. Esse fissano quanta parte di un prodotto debba essere fatta localemente per aver diritto per una tariffa preferenziale. Secondo un rapporto pubblicato dal Centre for European Policy Studies, solo un terzo delle importazioni dai Paesi in via di sviluppo candidati a ottenere l'accesso preferenziale riesce a soddisfare questi criteri rigorosi.
Se pure un esportatore dal Terzo mondo è in grado di far fronte a queste regolamentazioni, ve ne sono ancora altre sulla sanità e sicurezza. Esse pure hanno un effetto protezionista, sia pure inintenzionalmente. Ad esempio, una norma richiede che il latte sia munto dalle mucche attraverso una macchina e non con le mani. Questo basta a rendere impossibile l'importazione di tutto il latte indiano (e prodotti derivati) che, altrimenti, potrebbero raggiungere il territorio europeo solo a tariffe proibitive fra il 76 e il 144 per cento. Ancora, complesse norme sulle aflatossine costano all'Africa sub-Sahariana 1,3 miliardi di dollari all'anno in perdite nell'esportazioni di cereali, frutta secca e noccioline.
In secondo luogo non va dimenticata la politica di sussidi all'agricoltura messa in atto dall'UE come Politica Agricola Comune (PAC). Essa costa 41 miliardi di dollari l'anno, o 14000 dollari per agricoltore europeo (nonostante circa metà della spesa vada al 17 per cento formato dalle più grandi imprese agricole). La PAC influenza i produttori agricoli nel Terzo mondo in tre modi:
1. Completa l'effetto delle tariffe e delle altre barriere nel precludere loro l'accesso ad un mercato nel quale essi invece avrebbero un vantaggio comparato. Ad esempio, l'Unione Europea spende 2,7 miliardi di euro all'anno per sussidiare gli agricoltori europei affinché coltivino barbabietole da zucchero, mentre mantiene tariffe alte contro l'importazione di zucchero dai Paesi in via di sviluppo.
2. Essa genera grandi surplus di generi alimentari che non possono esesere venduti nell'UE ai prezzi correnti. Grossa parte di questi surplus vengono esportati a prezzi irrisori che mettono fuori mercato quelli richiesti dai produttori, non sussidiati, dei Paesi in via di sviluppo. Un esempio sono le vendite di zucchero nel Medio Oriente. Paesi come il Sudan vengono spinti fuori dal mercato dello zucchero in Egitto o Arabia Saudita.
3. Parte di questi surplus vengono esportati a prezzi sussidiati negli stessi Paesi in via di sviluppo, mettendo così in difficoltà i produttori locali. In Giamaica, circa 3000 produttori di latticini sono stati messi fuori mercato dal latte in polvere importato dall'Unione Europea. Oltre 5500 tonnellate di latte in polvere vengono spedite lì ogni anno, al costo di 3 milioni di dollari per i contribuenti europei. Molti degli allevatori che perdono il lavoro sono donne.
The Centre for the New Europe (CNE) is a pan-European policy research institute based in Brussels.